Giglio, fine anni '70
Eravamo partiti i primi di agosto dal fiume Magra,
come tante altre volte con quella terribile bagnarola che all'epoca possedeva
Riccardo: un piccolissimo sloop di sette metri scarsi che aveva chiamato
"Cunegonda".
Non è facile rendere l'idea della barca a parole, ma tenterò: lo scafo tutto
sommato non era bruttissimo, anche se le linee di carena erano più che superate,
ma la coperta era terribile: interrotta di netto dalla tuga, assai alta e
sgraziata, dava l'impressione che la barca fosse ancora più tozza della realtà.
Inoltre era molto difficoltoso l'accesso a prua perchè la tuga arrivava
lateralmente fino quasi al limite delle murate.
Il bordo, a mezza barca, non superava di molto la trentina di centimetri sopra
il livello del mare e le vele, con termine tipicamente marinaresco, potevano
definirsi delle vere mutande; l'impressione generale, dall'esterno, era che si
trattasse più di un cartone animato di Walt Disney che di un'imbarcazione. Il
motore ausiliario era costituito da un piccolo fuoribordo di 9 cavalli, inserito
in un gavoncino a poppa, privo di fondo, in modo che il piede del motore,
uscendo dalla linea di carena, fosse immerso.
Ma il bello cominciava sottocoperta: un'angusta dinette, tutta in plastica bleu
marin, con due materassini ai due lati, distanziati di circa quaranta centimetri
e una microcabina a prua, interamente occupata dalla cuccetta triangolare e con
meno di mezzo metro d'aria in verticale. Starnutire da sdraiato equivaleva a
prendere una capocciata. Dietro a uno sportello c'era il cessetto che però non
funzionava; per cucinare usavamo un fornellino camping - gas e per lavarci ci
tuffavamo in mare.
Il misero spazio era ovviamente ingombro delle nostre cose personali, di un
minimo di scorta d'acqua e di cibarie, nonchè delle dotazioni di sicurezza
obbligatorie (ne avevamo alcune.).
In compenso, lo scafo era di una robustezza inaudita, realizzato in doppio
guscio. Ci è capitato più di una volta di finire sugli scogli (volutamente
almeno una volta !) senza subire alcun danno: "Cunegonda, che più batte e meno
affonda" eravamo soliti dire a metà strada tra ammirati e disgustati.
Questa caratteristica faceva si che la barca, molto pesante, non superasse la
velocità di 3,5 nodi.
A bordo eravamo Riccardo, Enrico, suo amico veronese ed io, anche quell'anno
alla volta del Giglio. Pensandoci oggi può sembrare una cosa ridicola,
considerando che si tratta di circa 110 miglia nautiche, ma posso garantire che
il tutto si traduceva in una autentica impresa.
Nella migliore delle ipotesi teoriche si trattava di navigare per 35 ore, ma
regolarmente dovevamo combattere con perturbazioni da sud est, con mare e vento
di scirocco, contrari alla nostra rotta, che rendevano la traversata molto, ma
molto più lunga e disagevole.
Inoltre tutta la strumentazione di cui disponevamo si riduceva ad una bussola a
mano. Si navigava a naso, stimando la velocità e lo scarroccio empiricamente.
Naturalmente non avevamo a bordo un apparato radio e quindi non ricevevamo i
bollettini meteo: si scrutava l'orizzonte e si sentenziava. Confesso che ci
sentivamo marinai e meteorologi molto abili e un po', lo riconosco, lo credo
ancora.
Ogni anno partivamo di sera, contando sulla spinta di un po' di tramontana nelle
ore notturne e sul mare più calmo per la prima parte del viaggio.
A parte uno scalo tecnico a Livorno che talvolta si rendeva necessario in caso
di prolungato uso del fuoribordo, per rifornirci di miscela e acqua potabile
(bottiglie), non facevamo alcuna altra tappa fino al Giglio Porto. Ciò
significava nei casi peggiori restare in balia del mare per molti giorni,
maledicendo la partenza, la barca, il maltempo, l'onda di prua, la pochissima
acqua ma in compenso la tantissima umidità, il dover provvedere alle funzioni
corporali fuori bordo, sbatacchiati di qua e di là.
Ricordo che una volta, dopo aver tribolato per tre giorni e tre notti, ci siamo
trovati una mattina in vista del Giglio, a non più di sei miglia, senza una bava
d'aria, senza una goccia di miscela, praticamente alla fine dei rifornimenti di
acqua e cibo, con una leggera corrente che ci riportava indietro. Dopo molte ore
di cauto ottimismo, nel pomeriggio, dopo vana attesa del vento, disperati
abbiamo cominciato a trainare la barca a turno, nuotando con una cima legata in
vita. Fortunatamente più tardi una imbarcazione si è avvicinata e ci ha fatto
dono di un preziosissimo litro e mezzo di miscela che ci ha consentito di
guadagnare la meta.
Alla fine, come Dio ha voluto, siamo arrivati a destinazione. Luridi, incrostati
di sale, puzzolenti, emaciati ed affamati. Suscitando il disgusto di chi ci
vedeva o ci annusava, ci siamo precipitati all'Hotel La Pergola, al Giglio
Porto, dove i genitori di Riccardo regolarmente passavano parte dell'estate ed
abbiamo approfittato, come altre volte era successo, della loro ospitalità per
poterci ripulire e rifocillare, insomma per ritrovare in parte la nostra dignità
di esseri umani.
Quell'anno ci eravamo messi d'accordo con mio cugino Carlo Alberto e
Piergiorgio, un compagno di scuola di Riccardo che per ragioni ancor oggi ignote
Carlo aveva soprannominato "Tribuno", che ci avevano raggiunti con il traghetto
dall'Argentario, per passare una quindicina di giorni con le tende su una
spiaggia circa a metà della costa occidentale dell'isola, completamente
inaccessibile se non via mare e comunque lontana parecchie miglia dal più vicino
insediamento umano.
Così ci accingevamo a partire in cinque dal Giglio Porto, stracarichi di
rifornimenti, per affrontare un trasferimento che avrebbe richiesto parecchie
ore, ma che si sarebbe svolto senza intoppi.
Dopo una giornata piena di navigazione siamo giunti a destinazione ed abbiamo
dovuto affrontare il problema dello sbarco di tutti i viveri ed attrezzature da
campo, complicato dal fatto che la barca doveva restare alla fonda non troppo
vicina a terra.
Sentendoci molto dei moderni Robinson Crousue, abbiamo realizzato una piccola
zattera, sfruttando delle assi di legno trovate sulla spiaggia, sostenute da
tutti i giubbotti di salvataggio che avevamo a bordo per garantire la
galleggiabilità una volta caricato il materiale. Alla fine, l'idea ha funzionato
egregiamente.
La prima sera, quando ci siamo trovati per la prima volta tutti e cinque nel
silenzio totale, rotto solo dal frangersi delle onde sulla battigia ed immersi
nel buio di una notte senza luna, alcuni di noi hanno espresso qualche dubbio
sul buon senso di una simile scelta per passare le vacanze estive. Ma ben presto
ci siamo resi conto di non essere del tutto soli. Infatti, appena spegnevamo il
fuoco e le nostre torce, udivamo distintamente il rumore di animali che
rovistavano nella nostra roba, ma che svanivano all'istante appena qualcuno
cercava di illuminarli.
Abbiamo subito pensato che fossero conigli selvatici, abbastanza diffusi al
Giglio, ma poi siamo riusciti ad illuminarne uno. Orrore...! erano gigantesche
pantegane...
Così abbiamo passato la prima notte chiusi dentro le tende ad ascoltare la loro
frenetica attività, nessuna voglia di dormire per paura di una loro incursione !
E pensare che ci pregustavamo già di addormentarci in contemplazione delle
stelle.
La mattina abbiamo fatto la seconda scoperta: eravamo stati divorati dalle
zanzare.
A questo punto chiunque abbia un pur modesto cervello avrebbe rinunciato e
sarebbe rientrato nella civiltà, ma non certo noi, che evidentemente non
appartenevamo a quella categoria e che, superato il primo sgomento, abbiamo
deciso di restare. A parte tutto, il posto era davvero paradisiaco, con l'acqua
cristallina e la natura incontaminata e, soprattutto, a diciott'anni ci si
adatta praticamente a qualunque disagio. Per il cibo facevamo affidamento sulla
pesca e per l'acqua, finite le scorte, contavamo di trovare qualche sorgente
arrampicandoci sulla montagna. Ma il nostro ottimismo era ahimè destinato ad
andare presto deluso: avevamo portato con noi l'attrezzatura per la pesca
subacquea e un tramaglio, ma nessuno di noi aveva mai dato in passato prova di
particolari attitudini alla pesca (e nemmeno fino ad oggi per la verità,
malgrado tutta la nostra presunzione...).
Il primo giorno, all'imbrunire, Riccardo ed io, autonominati gli esperti di
pesca, oltre che di arte marinaresca, ci siamo accinti a calare il tramaglio. E'
un'operazione semplice, ma precisa, perchè la rete deve scendere ordinata e ben
distesa, altrimenti i pesci la vedono con facilità e stanno alla larga. E'
indispensabile effettuarla con una barca a remi, che noi ovviamente non avevamo.
Così abbiamo caricato il tutto sulla zatterina autocostruita e abbiamo svolto il
lavoro nuotando. L'inevitabile risultato è stato che il tramaglio si è
ingarbugliato senza rimedio e non abbiamo più potuto utilizzarlo.
Ci restavano i fucili subacquei, ma anche in questo caso i risultati sono stati
assai modesti. In occasione di una immersione notturna, Enrico ha manifestato il
desiderio di partecipare alla battuta, malgrado la sua inesperienza. Io quella
volta ero rimasto a terra e dopo qualche tempo ho sentito la sua voce rotta che
chiamava aiuto. Mi sono precipitato in quella direzione e con la torcia
elettrica ho intravisto la sagoma della sua testa emergere a tratti dalle onde.
Era successo che, nei suoi movimenti privi di coordinazione, aveva scorto
l'ombra di una grossa pinna vicino a sè e, senza pensarci due volte, ha sparato.
L'asta del fucile ha fatto il suo dovere e, dopo aver trapassato la pinna si è
conficcata in uno scoglio. Un vero peccato che la suddetta pinna fosse una delle
sue, e così è rimasto intrappolato al fondo. In preda al panico non ha neppure
realizzato che sarebbe bastato sfilarla per liberarsi dall'impiccio.
Dopo due o tre giorni le nostre riserve erano praticamente esaurite, ma dal
momento che una delle nostre doti era la cocciutaggine, Riccardo ed io abbiamo
lasciato gli altri a terra e, all'alba successiva, siamo salpati alla volta del
Giglio Porto per fare rifornimento di acqua e cibarie.
La giornata era cominciata con un'alba stupenda. L'aria era tersa come solo
raramente accade in inverno e quasi mai in estate.
Una leggera brezza di terra ci sospingeva dolcemente su un mare piatto. Il sole
era già molto caldo, anche se erano passate solo da pochi minuti le sette.
C'erano tutti i presupposti per una navigazione tranquilla. Prevedevamo un paio
d'ore di bonaccia fra le dieci e mezzogiorno, dopo di che, scapolato il faro di
Capel Rosso, ci aspettavamo aria fresca da Nord Ovest che ci avrebbe fatto
bolinare con vivacità fino a destinazione. Insomma doveva essere il normale
regime di bel tempo caratteristico della piena estate: brezza di terra la sera e
il mattino presto, brezza di mare un po' più forte il pomeriggio fino al
tramonto.
E tutto è andato esattamente così, finche siamo arrivati in prossimità del faro
di Capel Rosso, la punta più meridionale dell'isola.
A quel punto stavamo per affrontare una delle esperienze più forti che ci sia
mai capitato di vivere nella nostra pluridecennale esperienza di marinai.
Sotto la Punta di Capel Rosso il vento, già molto debole, è calato
completamente. Una bonaccia totale, assoluta quanto irreale. L'acqua intorno a
noi si è fatta lucida, come coperta d'olio e la sensazione è stata quella che
anche il tempo si fermasse insieme a noi.
Dopo un po' di questa immobilità, abbiamo scorto all'orizzonte, verso Sud, la
netta striatura scura di un fronte d'aria in arrivo in contrasto con il colore
pallido che uniformava il cielo e la superficie del mare.
Soddisfatti per il ritorno del vento, abbiamo appena fatto in tempo a realizzare
che il fronte si avvicinava con una rapidità incredibile, che ci ha investiti,
come un vero e proprio muro urlante.
Il primo impatto ha avuto conseguenze devastanti. Non abbiamo avuto il tempo di
prepararci, nè ammainando il fiocco, nè riducendo la randa (a parte che...
avercela l'attrezzatura per prendere una mano di terzaroli) . E così il genoa di
colpo è come svanito, polverizzato via dalla forza del vento; la randa è stata
spinta sottovento con una tale forza che il paranco della scotta, rivettato
sotto il boma, si è scardinato con uno schianto e la vela, senza più ritenuta,
in un attimo si è strappata lungo la base per tutta la sua larghezza.
Intanto il mare è diventato un inferno di onde alte e cortissime, che correvano
in tutte le direzioni, inseguendo un vento impossibile che continuava a girare.
La barca, senza più possibilità di essere governata e picchiata dalle onde, si
abbatteva di continuo sottovento fino ad immergere in acqua la testa d'albero,
sollevata in alto e scaraventata giù dai marosi e dalle raffiche. Il cielo si è
fatto di piombo e la visibilità si è ridotta a zero, perchè i primi metri sopra
le onde erano spazzati dagli spruzzi.
Il fragore del vento era quello di un aviogetto a bassa quota, ed escludeva ogni
possibilità di comunicazione tra noi se non a gesti. Quante volte ho poi sognato
quel frastuono, svegliandomi poi di soprassalto, coperto di sudore...
La nostra prima reazione è stata quella di procurarci una scotta di fortuna per
quel che restava della randa. Mentre io stavo al timone, nel tentativo di
imporre un controllo alla barca che scarrocciava velocissima, Riccardo passava
una cima dentro lo strappo della vela e, annodata una gassa d'amante intorno al
boma, faceva poi passare l'altro capo nel rinvio del pozzetto, e quindi sul
verricello.
Il rischio più grosso stava nel fatto che ci trovavamo sotto costa, senza più
vederla. Completamente disorientati e impossibilitati a leggere la bussola a
causa degli sbattimenti dello scafo, temevamo di finire sugli scogli da un
momento all'altro.
Ad un tratto l'aria si è riempita di grossi chicchi di grandine, sospinti da un
vento che superava 70 nodi, come era stato rilevato dall'anemometro della
stazione meteo del Giglio poco prima che andasse in frantumi.
Eravamo in costume da bagno, intirizziti dal freddo, tra l'altro sprovvisti a
bordo dei giubbotti di salvataggio, rimasti a terra per far da zattera e
venivamo bersagliati da proiettili di ghiaccio. Impossibile tenere gli occhi
aperti. Sempre al timone, ho chiesto a Riccardo, a gesti, di recuperarmi una
maschera sub nella inimmaginabile confusione che c'era giù di sotto, per
proteggere almeno gli occhi e parte del viso.
Poi, per pochi istanti, la furia degli elementi si è calmata e la visibilità si
è parzialmente ristabilita. Ciò che abbiamo visto ci ha, se possibile, ancor più
raggelati: l'isola appariva nella grigia luce completamente bianca, coperta
com'era di grandine, e noi, completamente sbandati, stavamo scarrocciando al
traverso, velocissimi, proprio in direzione di un gruppo di scogli non lontani
dall'imboccatura del Porto, che distavano ormai meno di mezzo miglio da noi.
La nostra sola speranza era riuscire a scapolarli con l'aiuto del motore. Questo
nel frattempo era stato sparato fuori dal suo gavone da un colpo di mare ed era
ricaduto, quasi al suo posto, ma non più fissato dai suoi morsetti ed inclinato
di 45° sull'asse verticale, ovviamente spento. Grazie ad un miracolo siamo
riusciti a rimetterlo in moto così come si trovava ed esso ci ha consentito, a
tutta potenza, di governare quel minimo sufficiente ad evitare la tragedia.
Il pazzesco fenomeno meteorologico, dopo un paio d'ore da che era iniziato,
repentinamente si è esaurito proprio mentre noi stavamo passando davanti
all'ingresso del porto.
L'incubo era finito e noi, tremanti come foglie per il freddo e lo shock, pochi
minuti dopo facevamo ingresso nella darsena.
La banchina era completamente ingombra di persone che aspettavano di scoprire
chi erano quegli sciagurati a bordo di una barca che in lontananza, poco prima,
avevano visto sbucar fuori dall'inferno, ancora sballottata dal vento e dalle
onde.
Accostata ed ormeggiata la barca, siamo stati accolti in trionfo dalla folla,
come dei miracolati. Alcune mani pietose ci hanno avvolto delle coperte intorno
alle spalle e poco dopo eravamo in un bar sul porto per trangugiare qualcosa di
molto caldo e molto forte. Ad equilibrio ristabilito abbiamo poi saputo che la
furia degli elementi aveva causato ingenti danni in tutto il litorale toscano e
numerosi naufragi.
La sera siamo rimasti ospiti dei genitori di Riccardo. Abbiamo cenato con loro,
mangiando come draghi per poi crollare sul letto e dormire per almeno
quattordici ore filate, dopo di che abbiamo provveduto all'acquisto delle
provviste, rassettato alla meglio la barca e siamo ripartiti per raggiungere gli
altri.
Riccardo ed io avevamo condiviso qualche cosa di straordinario, che ha creato
fra noi un vincolo indissolubile. Mentre navigavamo, percorrendo a ritroso la
rotta del giorno prima, questa volta sempre con tempo favorevole, quasi per
scherzo ci siamo proclamati fratelli di sangue. A parte l'aspetto romantico,
indubbiamente fra noi esiste tutt'oggi, dopo oltre vent'anni, una sorta di linea
di collegamento invisibile, che ci consente spesso di capirci telepaticamente,
ci fa condividere aspirazioni e ci fa credere che insieme potremmo affrontare
qualunque ostacolo.
Nel frattempo, i nostri compagni di avventura se l'erano passata tutt'altro che
bene.
Quando siamo arrivati in vista del nostro accampamento, la spiaggia era
tappezzata di tutto il nostro vestiario multicolore (quello rimasto), steso ad
asciugare. Enrico e il Tribuno erano seduti per terra con sguardo assente,
mentre Carlo Alberto ci stava venendo lentamente incontro a nuoto. Prima ancora
che avessimo finito l'ancoraggio, con voce quasi inudibile dalla bocca
screpolata ci chiedeva con insistenza acqua da bere.
I poveretti, rimasti completamente a secco, il giorno prima si erano arrampicati
per chilometri all'interno, nella vana ricerca di una sorgente d'acqua ed erano
tornati alla spiaggia con le classiche pive nel sacco, pieni di escoriazioni e
lividi.
La sola acqua potabile era stata una specie di cascata che durante la tempesta
si era riversata sul nostro campo, travolgendolo, per poi esaurirsi poco dopo.
Sulla spiaggia avevamo installato due tende: una piccola canadese ed una a due
stanze, di quelle che sembrano casette, con tanto di verandina davanti e che si
vedono normalmente nei camping.
La tempesta li ha investiti con la stessa violenza e repentinità, cogliendoli,
come noi, impreparati.
La tenda grande è stata subito spazzata via e loro, con tutta l'attrezzatura
rimasta, si sono allora rifugiati in quella piccola, trattenendola col loro
peso.
Mentre erano sotto, un raffica ha strappato via il sopratelo impermeabile, così
dopo mezz'ora si sono ritrovati a mollo in venti centimetri d'acqua nel fondo
cerato.
Comunque sia, a quel punto abbiamo fatto un bilancio della situazione e
finalmente siamo giunti alla conclusione che poteva bastare. Caricato quel che
rimaneva della nostra roba sulla barca, siamo rientrati a Giglio Porto.
Ora la vacanza poteva davvero cominciare.
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