Amici della Vela
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inviato da Dino


Ventotto settembre


Non funziona più niente, sembrano tutti matti, manca la luce…Dove?
Dappertutto, in l’Italia non c’è un watt!
Terroristi?!
No, state calmi, solo un problema tecnico. Un cavo tranciato, in Francia o forse in Svizzera non s’è capito bene…
Un cavo?
Un solo cavo manda all’aria un paese intero?
…E’ l’effetto domino…Le centrali sono collegate…prima va giù una e poi tutte le altre.
Collegato cos’è collegato in un pasticcio come questo.
Per fortuna è domenica, dicono; i danni alla produzione saranno minori…
A Giovanni si che gli piacerà tutto questo! A lui della produzione non gli è mai fregato niente e ancor meno della luce, in mezzo al mare non ci sono prese di corrente…E’ da lui che bisogna andare in un giorno così. Tanto è domenica e sta al porto.
Lui è uno che parla di rado, non per cattivo carattere, anzi tutt'altro, è che non gli serve. Lo capiscono in ogni paese.
E’ sempre stato così anche per le altre cose della vita, a terra come in barca; forse solo sua moglie lo ha sentito dire qualcosa di sé
Tutti quelli che vanno per mare, in questo paese, conoscono il braccio di Giovanni: i più vecchi, lo hanno visto agguantare la cima e fermare la scotta. Tagliare e cucire la vela. Comparire improvviso nel porto squassato dai fulmini, lucido di pioggia al largo degli scogli, e, alle tavolate d'amici, balenare rosso di brace accanto alla griglia dei pesci.
L'ho visto carezzare la testa di mio figlio piccolo e fermarsi in aria nel gioco, quel braccio possente, come un gabbiano nel vento.
Apparso, all'incrocio d'una via, Giovanni s'era fermato per conoscere il bimbo che portavo.
Quel giorno, ci s’incontrò al limite del vecchio borgo dei pescatori, ormai circondato da case alte e abitato, dalle ultime vecchine che nei giorni assolati, siedono ancora fuori la porta a ciaccolare.
Via della Nave, del Timone, del Remo, della Rete...
Sono strade strette di case basse che, per entrare, bisogna chinare il capo come all'ingresso del boccaporto; sembrano tughe arenate su questa riva di sabbia e sassi di fiume.
Da lì, Giovanni, aveva visto la luce, tra le cosce della madre, sul letto di casa, sopra la tavola del pane a sostenere i fianchi della partoriente.
Le vecchie invocavano la madonna e preparavano i panni.
Le prime carezze, hanno avuto l'odore forte della sarda che impregnava le mani, più volte, inutilmente, lavate.
Quel giorno s'erano fusi il profumo di bimbo, di sarda e quello di lavanda dei cassetti.
Giovanni non l'ha mai perso quell'odore e mentre mi si parava davanti, sorridente e bianco nei capelli, con gli occhi fissi in quelli del bambino si respirava ancora forte tutto intorno a lui . Ero contento che lo toccasse, che gli donasse un poco di quell'essenza a questo figlio di fine secolo: che gli lasciasse una traccia di questi posti e di sé. Giovanni tendeva le braccia a prendere il piccoletto dalle mie, sorrideva a mio figlio e gli giocava le dita davanti come fossero un branchetto di passeri.

Il tempo delle vele lui lo conosceva e quello della spiaggia da cui le prime case nascevano a pochi passi dal battere dell'onda. Le vele ora, si incontrano solo dietro il cancello dei clubs e non assomigliano più alla tela dipinta che ornava gli alberi allineati sulla battigia.
Ma Giovanni non da troppo peso a questo.
Nessuno gli può mettere cancelli al mare, ed il vento, nessuno lo può fermare; lui sta con l'eternità e ci naviga in barca a vela, per questo siede tra gli armatori più ricchi o con la gente del porto allo stesso modo.
Gira in bicicletta con un timone, il pezzo d'un albero o una landa da sistemare e non c'è nulla di strano ma; nelle notti di tempesta, quando le onde scavalcavano i moli, spesso la sua sagoma compare rapida alle finestre imperlate di pioggia: non si sa dove va.
Nessuno glielo ha mai chiesto.
Gli affari nella sua vita sono sempre passati in modo alterno e lo stesso il suo lavoro: se doveva costruire una barca, poteva metterci un anno per il disegno della prua ed un mese per tutto il resto, ma, se qualcosa non lo convinceva, ricominciava tutto da capo.

Ci vuole Giovanni in un giorno così è l’uomo giusto!

Ma, fammi accendere la radio mentre vado al porto e sentiamo dove rotola questo mondo senza luce…Un notiziario vediamo: “ ….gwoiiiiin …grkk..Stunf! Stunf! Stunf! – No niente disco music – L’amerigo Vespucci sta r..Gwoooing…. – E no! Questo mi interessa, che fa la Vespucci?- …La Vespucci ha completato il suo primo giro del mondo e sta per entrare in porto. E’ una grande festa per la marineria italiana…”
Mi sembra di vederla, che spettacolo deve essere… Chissà se tiene su le vele…Se fossi il comandante le terrei su fino all’ultimo. Tutta la tela arriva e poi giù con una manovra da urlo, un attimo e i gabbieri che volano sui pennoni come ragni a serrare maestra, trinchetta e mezzana…
Troppo rischioso, nessun comandante sensato lo farebbe, mica è un giocattolo la Vespucci!
…Ma mi piace pensarlo, mi pare di vederla quella nuvola di vele che si eclissa nel porto lasciando le croci dei pennoni nude.
Dio mio che dev’essere!
Una cosa così ti fa ridere il cuore per tutta la vita…Giovanni lo avrebbe fatto di sicuro e non sarebbe successo niente, a lui queste cose gli riescono.

Voglio andare subito a dirgli che la Vespucci sta entrando in porto…

…Ma che è successo chi sta caricando l’ambulanza, che facce! Dio che facce, chi è?
Che cazzo fa la bicicletta di Giovanni a terra, tutta storta sotto quel fuoristrada tirato a lucido? …No!…Per favore lui no…
“ E’ caduto, è caduto giù…Quello della macchina andava forte e non guardava, in porto non si deve andare forte!…Ma l’ambulanza è arrivata subito, adesso lo portano su…Speriamo…Oh Madonna mia, Madonna mia…”
L’ambulanza sgomma sirenando fuori dal porto con Giovanni dentro e, la Vespucci non la vedo più, non ho neanche voglia di parlare, e adesso, non so più dove andare.
Non mi farebbero entrare dietro a lui in pronto soccorso e non ne ho alcun diritto. Solo un rompiballe in più e non piace fare il rompiballe…Però salvatelo Giovanni, fate i bravi dottori e salvatelo anche se qualche volta v’ha fatto arrabbiare, anche se forse v’ha fregato…Ma non era per ladraggine era perché lui è così.
…Molti l'hanno rincorso e cercato per le vie del porto brandendo contratti e scadenze, ma si sono sempre fermati: da qualche parte si sentiva il profumo d'una grigliata. Giovanni era lì stava aspettando.
Prima si mangia, poi si parla.
L'uomo accaldato, asfissiato dalla cravatta di marca, grida picchiando la mano sui fogli pasticciati, scritti al computer; Giovanni fa la faccia di ascoltarlo mentre dispone gli sgombri sulla griglia.
Non si può stare al fuoco senza almeno un bicchiere di bianco e, ne porge un altro al signore che ha la voce sempre più stridula.
L'uomo beve senza accorgersi nella sua concitazione; il vino é fresco, aspro appena inghiottito ma dopo, nel naso, lascia un che di frutta matura. Ne beve un altro sorso e pensa che gli si é seccata la gola con questa storia di ritardi, di costi, di tempo perduto e di vacanza che per quest'anno salta e lui l'aspettava, dopo un inverno in ufficio.
Lui é uno che produce!
Giovanni gira gli sgombri sulla brace.
Il profumo del pesce colpisce il nodo della cravatta, l'allenta, il primo bottone salta; il collo dell'uomo si muove meglio e, la testa gira intorno. Lo fa scansando l'impulso di saltare addosso a Giovanni: di vino e pesce poteva comprarne a quintali con quello che ha perso in questa faccenda!
Ma i conti s'incastrano tra gli assi di larice sospesi al soffitto: un raggio di sole nitido attraversa il foro del tetto e trancia gli argomenti di carta.
L'uomo sente caldo e toglie la giacca…Una mano premurosa l'appende, con cura, al vecchio gancio arrugginito, coperto di polvere e segatura.
Siede affondando le scarpe lucide nei trucioli e appoggia, i suoi fogli, sulla panca.
Non gli bastano più le mani, ora che ha da reggere il piatto degli sgombri insieme al bicchiere.
Le posate non ci sono e, l'uomo, prova gli imbarazzi delle mense importanti, alle quali non sapeva scegliere il bicchiere adatto, come allora guarda furtivo gli altri aspettando, ma, le formalità sono così povere in quel luogo, che si vede subito scoperto.
Giovanni allora lo affianca, discreto maestro di cerimonie, gli mostra con lentezza come pulire il pesce con le dita.
L'uomo, si accorge che viene facile anche se scotta un pò e i filetti, si separano dalla lisca naturalmente; la carne soda gli arriva in bocca e scopre, che non aveva mai assaggiato quel sapore prima.
Gli altri uomini, si passano il vino dalla fiasca e mangiano in piedi o seduti a seconda di dove si sono trovati col piatto, parlano piano e il dialetto duro, che sembrava fatto per i gridi delle pescivendole e dei marinai, si fa riservato, d'una confidenza prima sconosciuta.
Abbassa gli occhi e mangia in silenzio, l'uomo, lascia che il pesce s'apra tra le dita cosparse di mollica e rosmarino.
S'é macchiato i pantaloni al ginocchio, sotto l'orlo del piatto; si stupisce che non gli importi.
La sua barca é lì avanti, in penombra, tra gli squarci di pomeriggio che trapassano l'ampiezza del cantiere, vede la polvere di segatura sospesa danzare sui fianchi di quella nave che, doveva già essere tutta bianca, sopra il mare azzurro, con lui al timone!
Così non l'aveva mai immaginata, si sorprende a guardare affascinato il suo corpo di legno: segue il fasciame lungo la curva che porta alla chiglia: e, l'opera viva, quella che i pesci vedono sopra di loro, lo attrae in un gorgo… All’improvviso, si sente pesce!
Scappa spaventato!
Cerca nel sapore del vino il richiamo alla terra e, nella macchia sui pantaloni, il dovere di cambiarli e l'ufficio e i soldi e...
Non è vero, non gli interessa più; era sentirsi pesce che voleva.
Giovanni gli prende con gentilezza il piatto dalle mani.
Giovanni sa, che l'uomo non tornerà in ufficio e che, si fermerà fino a sera senza far caso alla segatura che ha sulla giacca ed alla macchia sui pantaloni.
Andrà a casa felice d’essere tornato bambino, ed ancora bambino, fino ad essere stato pesce.
Alcuni comprendono, altri no: allora le cose vanno male per Giovanni, certe volte malissimo, ma non gli importa…Ce n'é sempre stato, almeno per una griglia di pesce.
Gli artisti come Giovanni, riescono ad avere l'assoluta costanza di proseguire la loro opera tra il mare e la storia a dispetto di tutto e, rimanere impassibili, perfino sorridenti di fronte al giudice che legge la sentenza. Che in mare capiti la burrasca é del tutto naturale.
Dice Giovanni.
E, se accade nella vita, dev'essere che aveva da venire, e se ci squassa la barca, dev'essere che era proprio una bella burrasca e, se ci affonda, dev'esserci almeno una tavola da attaccarcisi e, se non c'é: che nella vita capiti di morire é del tutto naturale.
Dottore che curi Giovanni, spero che tu ti sia sentito pesce almeno una volta adesso che lo curi…Che tu gli vuoi bene a Giovanni, che lo riconosci… Lui è un bambino: …A volte, mentre fissava il mare, gli ho visto negli occhi dei guizzi eccitati, infantili e selvaggi, quelli dei bambini che giocano a nascondino quando stanno per far tana al compagno.
Lui é solo un bambino coi capelli bianchi.

…E adesso riprendo la macchina, vado sul lungomare, mi guardo il mare grigio di oggi, fumo una sigaretta e cerco di buttare via questa pietra che ho sopra al petto; che a me mi prende così quando succedono queste cose…Come una pietra sul petto.
Accendo la radio che mi fa compagnia; mi va di sentire una voce umana che parla d’altro…Altro qualsiasi…Metto Radio Tre, che parlano di cose complicate o così colte che mi ci perdo, ma sono sempre gentili, appassionati di buona educazione, che hanno quel tono che ti fa stare bene.
Loro stanno bene quando fanno quei discorsi, si sente, e fanno stare bene anche me…
“…Gwoooiiiing … frrrr….Massimo Cacciarri commenta il Canto ventisei dell’Inferno di Dante – Oh si, professore, mi piace quando parli, ti ho visto per televisione, quando avevano assalito Venezia e tu ci facevi il sindaco: cercavi di parlarci con quelli dentro la torre e non sembravi uno sceriffo americano, mi sei piaciuto quella volta professore. Ti sto a sentire – “…Quando mi dipartii da Circe, racconta Ulisse a Dante. Ulisse non riparte da Itaca, come molti credono e altri gli fanno fare…- L’ho studiato a scuola questo, me lo ricordo…E io che ci avevo nella testa che lui era ripartito da Itaca. E’ da Circe invece che riparte. Dante se n’è fregato di come proseguiva l’Odissea, ne ha cominciata un’altra.
“ E volta la nostra poppa nel mattino dé remi facemmo ali al folle volo… - E io c’ero, ogni volta che sono salpato con Giovanni è stato così, lui ce lo ha il senso della partenza, gli piace dire: molla che andiamo via. Un miglio fuori a pesca o in Australia è lo stesso. Si salpa come un’Ave Maria, un Paternostro, le preghiere che s’imparano da piccoli, rimangono dentro e dicono tutto alla prima parola…Parla ancora professore che mi fai bene e piaceresti anche a Giovanni. Racconta delle stelle che si abbassano, che mi sento a bordo anch’io. Mi piace di andare così, con Ulisse al timone, lui sa dove andare ed io mi fido di lui e, anche se va male, valeva la pena! Siamo alla montagna, quella alta…Più alta di quelle che ho visto io in Corsica e nel Quarnaro, già, un bel po’ più alta. Poi è andata come è andata: “ …E la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che il mar fu sovra noi richiuso.”
Giovanni non sfida nessuno professore, non si merita di affondare adesso, per lui la conoscenza è sempre stata una cosa come un’altra, non avrebbe mai sfidato Dio se non per gioco, lui le cose le fa per gioco o per amore. Non per forza. Non è come quell’Ulisse, lui si sarebbe fatto Circe magari, ma sarebbe tornato a casa. Non ha mai avuto dubbi tra la moglie e le colonne d’Ercole. Lui ci avrebbe bordeggiato in mezzo, alle colonne, senza far arrabbiare nessuno e sarebbe tornato. Da qualsiasi punto del mondo lui sarebbe tornato per la rotta giusta.
…Lo imparò quel ragazzo che andava per la prima volta in mare ed era con noi a portare una Lancetta alla Barcolana di Trieste, a traino naturalmente, non c’era tempo per costeggiare mezzo Adriatico a vela.
Un bel cavo ed un uomo a bordo della lancetta per tenerla dritta. Se si voleva, col vento giusto, si poteva anche issare la vela e sganciare il traino per un pò.
La spedizione fece rotta su Trieste e nel pomeriggio, con lo scirocco giusto, si decise di mollare il rimorchio. Il timone della preziosa barca fu affidato a Giovanni e, per marinaio, gli fu dato proprio quel giovane studente alla sua prima esperienza di mare: volevamo concedergli di provare come si navigava una volta.
Giovanni ed il ragazzo erano a poppavia poco prima del tramonto ed il vento teneva bene, a bordo dell’ammiraglia iniziammo a preparare la cena sottocoperta, lasciando al timone uno che non teneva il vino, neanche un bicchiere scoprimmo dopo. Quel timoniere, si sbronzò di vento e del poco aperitivo allungatogli: serrò le vele e fece correre via l’ammiraglia, scordandosi di tutto. Quando salimmo a chiamarlo, la notte era scesa e Giovanni non si vedeva più, era perso.
La differenza di velocità tra le due barche era troppo grande e la rotta era cambiata: l'armatore, sconvolto, tirò un cazzotto all’ubriaco, ma questo non cambiava la situazione.
La barca di Giovanni non aveva luci di via, razzi od altro, neanche la radio: di notte sarebbe stata impossibile da trovare, era tardi per qualsiasi cosa. Non avevamo più voglia di cenare e stavamo tutti in pozzetto a mestare il buio con gli occhi, sapevano che Giovanni era, in ogni caso, l'uomo più capace di risolvere la situazione e che almeno due bottiglie d'acqua a bordo c'erano, ma il ragazzo, avrebbe avuto paura e questo poteva diventare il vero problema… Che notte di pena e Giovanni non sapevamo dove fosse.
Come adesso.
Basta!
Io ci vado all’ospedale, mi cacceranno e pazienza, sarò un rompiballe anche se non mi piace, ma voglio stare vicino a Giovanni.
“Lei cerca?”
“Quello dell’incidente al porto stamattina”
“ In chirurgia, ma lei è un parente? Guardi che…Signore!…”
Ah! Io faccio finta di non sentire, lo so dove si passa per andare in chirurgia, poi lì vedremo.
C’è la moglie fuori dalla sala operatoria, la porta è chiusa, ci sono dentro i dottori, bene!
Meglio che ci lavorano…Non ci ho cuore di andare dalla moglie, che gli dico?! No sto qui e non dico niente a nessuno. Aspetto anch’io e zitto. Giusto che non si fuma in ospedale, ma vorrei.
Ecco che esce uno…Quello io lo conosco, quel dottore l’ho già visto…E’ giovane ma pare uno di quelli che ci capisce…Ma è lui!!!
E’ il ragazzo della Barcolana! Lui certo che gli vuole bene a Giovanni, poi di me si ricorda. Con lui ci parlo, certo che ci parlo!
“Ti ricordi la Barcolana che vi perdeste tu e Giovanni?”
Mi guarda come un fantasma e mi cerca negli occhi fino a trovarmi dentro la memoria e allora mi prende forte per un braccio e mi trascina via…Non gli faccio neanche la domanda.
“ Non lo so.”
Risponde lui…Non lo so…E si accende una sigaretta ora che siamo chiusi in uno studio; la offre anche a me.
Stiamo zitti finché lui si mette a raccontare, come non avesse aspettato altro per anni:

“…Giovanni s'era reso conto subito della situazione, aveva gridato e fatto cenni ma la barca grande, stringeva il vento con tutta la tela aumentando velocità ad ogni metro. Non avevano alcuna possibilità di raggiungerla e stava facendo notte.
I richiami di Giovanni, cessarono immediatamente, erano inutili.
Non avevo realizzato quello che stava accadendo e, per paura delle figuracce, non chiesi nulla.
Le vele bianche dell'altra nave, si confusero presto nell'ombra del tramonto fino a scomparirci.
Giovanni mi chiese di prendere il timone, bastava lo tenessi fermo, diceva: lui doveva fare certe cose.
Lo vidi aprire il boccaporto e rovistare sottocoperta dove si andava appena carponi, se non strisciando, tanto era basso.
Giovanni procedeva usando solo il tatto e la memoria, sotto era completamente buio.
Sentivo muoversi Giovanni sotto di me, ma nelle pause, la solitudine mi pigliava.
La nostra vela, era diventata un'ombra lugubre.
Dopo un tempo che sembrò lunghissimo, Giovanni riemerse dalla stiva: aveva rimediato due teli impermeabili, un fiocco leggero, cima in abbondanza, le bottiglie d'acqua ed anche una di vino, perfino un lume a petrolio che l'armatore aveva stivato come nota di colore.
Di questo, gli si doveva merito: la nostra imbarcazione riproduceva perfettamente la Lancetta dell'Adriatico del primo novecento.
Tutto era stato ricostruito nei dettagli seguendo vecchie fotografie, i ricordi degli ultimi pescatori ancora viventi e quelli d'infanzia di Giovanni stesso. Le linee di prua e di poppa erano arrotondate, il timone esterno, un solo albero armato al terzo e niente tuga. Ma poi la conosci no?”
“!”
Il Giovane medico, nel raccontarmi, ricordava il suo terrore di quella sera e l'aria allegra di Giovanni, mentre trafficava col materiale.
Ci ridemmo.
“ Giovanni, aveva incominciato a parlare e questo, mi sembrò finalmente normale, solo adesso mi rendo conto dell'eccezionalità del fatto: diceva che c'era proprio tutto per una buona navigazione, non si poteva desiderare di più e in fondo, quel pò di freddo ci stava anche bene, visto che ad Ottobre, é giusto che faccia fresco. Se trovavamo un pò di petrolio avremmo anche potuto accendere il lume che faceva allegria.
Scoppiai: gridai a Giovanni ch'era pazzo a dire quelle cose mentre eravamo in un punto imprecisato dell'Adriatico senza bussola, radio, viveri e forse neanche una luce. Neanche la luna c'era, buio pesto e freddo!
Giovanni se lo aspettava e semplicemente, indicò il cielo: notai che si riusciva a distinguere nitidamente anche la Via Lattea e che, quello spettacolo l’avevo visto solo in alta montagna. Mi fece notare che ad Ovest, nel lato del cielo più chiaro sull'orizzonte, Venere si vedeva bene e che, per arrivare in Dalmazia, bastava andare dalla parte opposta, seguendo le stelle di prua che più si adattavano alla rotta. Ma noi, non avremmo preso terra in un posto qualsiasi; la spedizione doveva far sosta a Pirano e pian pianino, ci saremmo arrivati. Ero confuso, non sapevo se sentirmi rassicurato o in balia di un visionario…Giovanni portò l'indice della destra davanti al volto col gesto del silenzio: Shhhhhh! - Il giovane medico fece il gesto di Giovanni come era stato e anch’io fui a bordo - Non so dire quanto tempo passò dal gesto a quando Giovanni si mise a raccontare, ricordo solo di essere rimasto zitto, imparando a prevedere quando la barca stava per salire sull'onda, anticipando senza allarme il gemito delle sartie e l'oscillare del pennone. Le stelle stavano alte su di noi e per quanto impossibile, a tratti, mi sembrava di vederle nel mare e, la spuma, sui fianchi della barca, si trasformava nei nembi veloci di un cielo a rovescio. La paura che mi aveva ghiacciato, s'andava sciogliendo in qualcosa che non so ridire…Come un ricordo lontano, che però, era mio.
Giovanni, mi pregò di cazzare la scotta della randa, e io, non sapevo cosa significasse, allora mi indicò nel buio fattosi più trasparente, una corda tra le tante in coperta e mi mostrò come tirarla. Diedi uno strattone che portò il boma a centro barca, ma non era necessario, bastava meno, molto meno, spiegò Giovanni.
Mollando la scotta, mi accorsi come, il vento arrivava alle mie mani ed era una brezza gentile, indugiai a dar volta alla scotta.
La sensazione mi incantava.
Giovanni sentiva che scoprivo il vento e la vela nella carne delle mani: era accaduto infinite volte ad infiniti uomini, ed ogni volta, quella scoperta ritornava sua.
Forse per questo, o un altro mistero di quella notte, Giovanni si mise a raccontare. - Stentavo a credere al giovane medico: Giovanni che mette in fila più di due parole! Eppure, gli occhi del giovane, s'erano fatti penetranti e senza età, sedemmo tutti e due su una barella come sulla falchetta ed il resto s'assentò. - Giovanni bambino, costruiva piccole barche con scarti di segheria e le affidava all'acqua azzurrina del fosso che lambiva i cantieri, tagliando la spiaggia.
Un pescatore che passava o l'altro, gli dava un consiglio, uno sguardo e, la madre, una voce per il pranzo.
Erano una manciata d'anime allora, su quella spiaggia, ogni volto aveva un nome, ogni casa si conosceva. Le porte erano aperte. Il paese, piccolo; il porto non esisteva e, allineate su travi di rovere, l'una a fianco dell'altra, riposavano ogni sera tante barche, come quella su cui stavamo navigando.
Giovanni, si trovava al rientro dei pescatori, ancora troppo piccolo per andare in mare, riconosceva già ogni vela ed il modo d'ogni barca di prendere terra.
Figlio di tutti, prese la mano ad ognuna di quelle donne che aspettavano sulla spiaggia, affiancò ogni uomo a portare in secca le barche, ed ogni altro che le conduceva, fu fratello dei loro figli.

Era il tempo della vela.

Giovanni, ricordava la prima volta che aveva navigato: era stato su una barca uguale alla nostra, non era importante a chi fosse appartenuta o chi la timonasse, nessuno di loro era più vivo.
Chi gli avesse insegnato a stringere un nodo o a prendere un'onda: erano stati tutti, ed erano ancora, in quello che faceva e aveva fatto fino a quel momento di sua vita e non gli importava di che giorno fosse, del perché fossimo in mare in quel momento: c'eravamo e basta, come ad altri era accaduto mille e mille anni prima, ed erano uguali a loro, come il mare ed il vento sempre uguali a sé stessi dalla prima alba del mondo. Giovanni parlava piano, scandito; si distingueva appena la sua sagoma dall'oscurità: l'uomo, faceva corpo col profilo di poppa diventandone parte come una polena.
Non sapevo più se ascoltavo Giovanni o la barca, ascoltai Giovanni-barca e compresi, in quel medesimo istante, che nella mia vita non sarebbe più accaduto e che il tempo di quella notte che altri dormivano o consumavano nel mondo, sarebbe mancato da qualsiasi orologio.
Ero dove non avrei mai immaginato di trovarmi fino al giorno prima.
Se fossimo scomparsi in quel momento, nessuno avrebbe mai saputo dove, eravamo morti ed il mazzo di fiori, non sarebbe stato infilato al paracarro, al lampione dell’incrocio, ma gettato nelle onde di un altro luogo qualsiasi del mare.
Nel mare, il dove, non ha molto senso per la memoria umana: é solo mare.
E, se in quella barca fosse nato un bimbo, sarebbe stato lo stesso, sarebbe nato in mare, senz'altra casa, nazione o dove, che la barca stessa.
Giovanni-barca era padre e madre, l'acqua carezzava la pancia gravida e la sua voce, seminava le onde assieme al vento; era figlio di tutti coloro che il tempo aveva portato per sempre nella spuma di mare.
Li vedevo e li conoscevo i padri, i fratelli, le madri di Giovanni-barca che raccontava.
Figlio del mastro d'ascia che veniva da lontano, un uomo asciutto, e severo nei modi che parlava coi segreti del legno. Piegava il fasciame ed incideva con l'ascia sottile, senza quasi rumore alberi e ordinate che prendevano forma come essenze del tronco, giusto ripulite del troppo.
Tagliava le vele e la moglie a fianco cuciva; lei, sottile come una rondinella di mare.
Ordinata, discreta ma a capo scoperto, eccetto che in chiesa; diversa, tra le donne del porto sempre col fazzoletto in testa, all’uso antico.
Ma, l'aiutarono in parto come una di loro, fu accolta tra le loro case, lei, con la sua lingua strana, che pure, sapeva lo stesso di mare.
Giovanni-barca, figlio di Pasqualina, quella donna grande e grossa che, con le altre, s'era stesa sui binari a fermare la tradotta che portava gli uomini al fronte della grande guerra, alle montagne alte chiamate Alpe, troppo alte, per chi non riusciva a immaginarle…I carabinieri, faticarono con le braccia robuste, abituate a tenere in collo i figli durante il lavoro, ad aiutare all'argano che riportava in terra i mariti, a portare le reti.
I carabinieri, agguantarono le mani rosse, indurite dal freddo di pulire il pesce anche a Natale.
La tradotta continuò sui binari che andavano al Nord.
Pasqualina, sola, senza guadagno per i figli, mise la barca in mare.
Nessuna donna l'aveva mai fatto!
Prese il timone e andò a pesca, pescò e torno a terra, andò al mercato e vendette i suoi pesci, che nessuno ci credeva, ma lo fece!
Giovanni-barca, figlio di Domenico che, con le sfere nella testa, passava a svegliare tutti i marinai all'ora di salpare e, conosceva il cielo della notte come nessun altro e leggeva le nuvole e il colore della luna e l'odore del vento.
Lui sapeva come sarebbe andato il giorno e se diceva di aspettare, si aspettava! scrutava il nero e gli altri gli affidavano la vita a quello sguardo: non s'era mai sbagliato Domenico il vecchio.
Giovanni-barca, figlio di Giuseppina che cucinava ai villeggianti d'estate. Nessuno preparava i pesci come lei: li faceva nuotare nel sugo, che veniva paura a prenderli con la forchetta perché parevano vivi. Piccola com'era, non si sapeva come maneggiasse i pentoloni che i signori ordinavano per gli amici di città.
Apparecchiavano sotto il grande gazebo e parlavano tra profumo e scoppi di risa, di cose, che lei non capiva.
Nel caldo arso d'Agosto, di fronte alla stufa, lei non sudava.
Non una ciocca appiccicata alla fronte: il fazzoletto asciutto, coronava il piccolo volto silenzioso, solcato da rughe sottili.
Giovanni-barca, figlio di Luigino il più povero dei marinai ed ubriacone per fame, da quando stroncata la gamba, non s’era più imbarcato.
Morì a terra, eruttando cibo e dolori, infilzato da un fischio di locomotiva; da un signore di passaggio alla stazione, che per ingannare l’attesa, s’era divertito a pagargli tutto quello che fosse riuscito a mangiare, prima dell’arrivo del treno...”
Ascoltavo dagli occhi accesi del giovane medico e vi riconobbi Pietro lo scalante che m'aveva insegnato a nuotare e, la vecchia Fru-Fru, l'unica puttana del borgo, venuta a vivere lì alla chiusura dei bordelli.
Ancora s'offriva a qualche anziano o vedovo e andava bene a tutti, come un servizio sociale.
La grande Gianna, che teneva i figli del borgo quando la scuola era chiusa: se li portava per strada legati in fila indiana con una cima grossa.
Per paura di perdersi quei folletti, ne faceva un convoglio di vagoncini saltellanti con lei in testa che, panciuta e vestita di nero, sembrava la locomotiva.
Non stava inventando il giovane medico, solo Giovanni-barca, aveva potuto tramandargli quello che adesso, era parte di lui.
Sapevo che, come me, sarebbe diventato uno dei pochi passeggiatori di quelle vie deserte che, le vetrine scintillanti del sabato, hanno circondato per sempre. Uno tra i pochi, che si ferma all'incrocio tra Via della Rete e Via Carena, dove c’é solo un muro scrostato ed a terra, la pisciata d'un cane di porto.
C'é silenzio e rimane ancora testardo l'odore del pesce.
Se non hai paura dei coppi in bilico del povero tetto e dei travi mangiati dallo scirocco, delle finestre piccole e buie, delle porte scardinate dai vagabondi, puoi passare per quelle strade.
Entrare ed uscire, libero da ogni affanno dell’ufficio e dall'ultima moda che si vende più avanti.
Magari c’hai portato tuo figlio piccolo perché qualcosa gli rimanga dentro, anche se sai, che non ricorderà nulla: sono le cose senza senso che si fanno per amore. Che Giovanni-barca ci aveva insegnato per quelle vie.
Adesso, oltre la porta, Giovanni-barca navigava per conto suo in un mare che solo lui vedeva mentre noi dicevamo: non lo so…Mi piaci dottore, sei onesto a dire che non lo sai e lo dici a me che gli voglio bene a Giovanni, me lo dici perché gli vuoi bene anche tu e… “ Che nella vita capiti di morire è del tutto naturale.”
“ Quella notte finì – Continua il dottore - All'alba il porto di Pirano era di fronte a noi, la barca grande aveva le luci accese, ed a bordo si vedeva muovere: nessuno aveva dormito, si capiva.
L'armatore tornò in coperta, s'era ripromesso di decidere con la luce del giorno ed aveva gli occhi stanchi quando vide Giovanni-barca doppiare il promontorio prendendo, sulla penna, il primo raggio di sole.
Si mise a strillare così forte, che mezzo porto s'affacciò a vedere Giovanni-barca che arrivava bolinando la brezza di terra.
Accostammo sottobordo, ci abbracciarono e Giovanni pareva si fosse appena alzato, neanch’io ero stanco. Avevamo solo voglia di un po’ di caffè.”
“ !”
“…Devo tornare da lui adesso…Hai visto che buio?”
“ Mi sta bene che ci sia buio, è un po’ come in mare”
“ Peccato che non ci sono stelle però. E’ coperto”
“ Giovanni la rotta la trova lo stesso “
“Si, lui si!”
“!”
Andiamo da lui, ma non aspetterò, non mi va di vederlo pieno di tubi al silicone e il ragazzo dottore, non vuole neanche lui, però gli tocca. Alla porta, è con la mano sulla maniglia di metallo liscio, ma la stringe come fosse una scotta.
Quella è, una mano da scotta!
All’improvviso di gira, mi guarda fisso e si porta la mano da scotta alla faccia, apre l’indice davanti al naso: “ Shhhhh!”
Fa piano, con gli occhi del segreto bambino.
“ Shhhh!” lo saluto anch’io e scappo via.




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