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inviato da Fiolet


Calma Piatta


Il motore parla rotondo e forte, ma gira continuo, senza spigoli.

Parla così da ore, ormai non lo sento più. Come una telefonata infinita e inutile, che non ha più senso stare ad ascoltare.



Ogni tanto presto attenzione, per capire se mi posso di nuovo estraniare: il borbottio continua, immobile ed eterno, indifferente allo statico scorrere del mondo sotto chiglia e dentro l’anima. Tutto fila via immutabile, come in un dejà vu che si ripete all’infinito. Posso tornare ai miei pensieri.



In una panica fissità, la barca traversa un mare immobile. Scivola via e non lascia traccia di sé, come un passante solitario in una piazza immensa e vuota , all’alba di un giorno di festa.



E’ tutto uniformemente livido, intorno e dentro me : l’acqua piatta, liscia come uno specchio, si mescola da qualche parte con un cielo basso, di piombo polveroso, quasi inesistente. 

Vivo sospeso in una surreale bolla di sapone, senza orizzonte, senza un punto di riferimento, senza possibilità di individuare una meta , di sfuggire il senso di smarrimento, se non aggrappandosi a segnali virtuali e indefiniti: l’ago di una bussola , la speranza che i colori ritornino.



Calma piatta totale, con un magone grande come il mare.



Al largo, da tutto e da tutti. Sono così immobile che potrei costruire un castello di carte sul tavolo da carteggio, o fondare una nuova cosmogonia del nulla. Sono sospeso, al centro del vuoto assoluto, senza saper fare altro che lasciare andare avanti la barca, da sola.



La barca corre verso Nord, cercando i piedi di un arcobaleno che ormai non c’è più. E’ sparito tutto, quasi all’improvviso, lasciandomi solo, in un grigio uniforme. L’angoscia è arrivata, di colpo, come una frattura improvvisa. Non voglio andare avanti così, non ha più senso.



Nell’aria immobile, a temperatura fetale, ho perso anche il senso del mio corpo nudo. Vorrei sciogliermi in quest’acqua di piombo, confondermi col nulla fino a sparire. Accarezzo l’idea per attimi troppo lunghi, fino a sentirmi un cretino. Cretino ma vivo. Voglio ancora immergermi, confondermi col mare, ma solo per rinfrescarmi e farci l’amore.



Ma non voglio fermarmi, la meta è ancora lontana, e ci voglio arrivare.



Mi rovescio secchiate d’acqua addosso: i brividi mi fanno felice. Controllo la rotta, mangio qualcosa sgocciolando nel piatto, accendo la radio: l’incantesimo cupo è rotto, l’incubo può finire.



Intorno, tutto è ancora immobile, ma non sono più imprigionato nella mia bolla di sapone. Il cielo su di me si stà aprendo. La coperta grigia di nubi invisibili si addensa pian piano in piccoli cumuli colorati dal tramonto . Con la nuova luce , anche il mare sembra animarsi, riprendere vita . 



Sulla superficie a specchio di questa immensa pozzanghera posso leggere tutti i contrasti del cielo: In lontananza è ancora tutto grigio, ma l’acqua immobile intorno a me riflette squarci d’azzurro, nuvolette bianche e rosa che giocano con minacciosi cumuli neri sbucati d’improvviso.. 



Guardo il sole che tramonta in una luce resa dura dalle nubi sottili che ancora lo coprono. I raggi aspri e disegnati nell’aria, feriscono gli occhi, ma i colori rimettono a posto le cose del mondo: il mare , blu profondo, violentato a ponente da una scia rossastra , finalmente si è diviso dal cielo.

E’ sempre tutto calmo, forse troppo, ma questa luce mi rasserena: l’arcobaleno tornerà, forse dopo il temporale che sembra addensarsi davanti a me, ma tornerà.



Mi asciugo, faccio il caffè, fumo una sigaretta e mi lascio assorbire, sciogliere, finalmente senza angoscia , in questa immensità.



La calma serena e gloriosa del tramonto è rotta da un fremito d’onda da nord est, mentre l’orizzonte inghiotte fra le nubi un sole cattivo.

Piatta distesa d’olio, l’acqua intorno a me appare ora intervallata qua e là da chiazze increspate, da fiumi lattiginosi di correnti misteriose e incomprensibili.

Per un attimo, il mare mi appare di nuovo inquietante. Dopo ore di piatta totale, maledetta e ammirata, ora spero e ho paura che tutto ricominci a muoversi troppo e troppo in fretta.



Ma no, niente ansia, la linea del barografo è dritta, piatta come l’acqua intorno a me. Le increspature sono solo l’effetto di enormi branchi di sardine che cercano in superfice scampo da qualche pericolo sottostante. E quei fiumi di corrente, zigzaganti a casaccio sull’acqua? ...bò, chissà! E comunque son belli a vedersi, ben disegnati, su un mare sempre più scuro per la sera che avanza. 



Mi preparo per la seconda notte di navigazione. Mi vesto, accendo le luci di via, faccio un po' di osservazioni di rotta. Occhio, che verso mezzanotte dovrei incrociare una rotta trafficata.



Immerso nella luce tiepida e bassa del tavolo da carteggio, guardo da dentro questo mio piccolo mondo, così familiare, tranquillo. Sembra di essere in banchina, al mio posto, sul fiume. Basterebbe uscir fuori per trovare gli amici di sempre. 

Sessantatre miglia alla terra più vicina, e intorno il deserto.



Spengo le luci della cabina e rimango seduto sulla cuccetta, fumando e lasciando galleggiare la testa e l’anima. Sono tranquillo, placato e affascinato da questo mondo totalmente immobile, da ore uguale a se stesso, in una fissità esaltata dal buio morbido della notte .



Torno in pozzetto per dividere col cielo senza luna la pace del mondo. Sopra di me è sereno, e qualche stella gioca a rimpiattino con l’onda lieve e silenziosa della mia scia. Guardo più in là, ai confini del mio mondo, ma in un buio impalpabile l’orizzonte è sparito di nuovo tra le nubi. Galleggio sospeso in uno spazio di ovatta nera che inghiotte tutto, anche il tempo.



Ho bisogno del vuoto totale per riuscire a comprendere tutto il movimento delle cose. Un’ansia di contrasti irrazionali cerca di frenarmi, ma dopo qualche esitazione decido di farlo: spengo il motore e le luci di via e resto lì a guardare la barca che deriva sempre più lentamente verso il nulla,. Il silenzio è totale, incredibile.



Resto in piedi per ore, al centro di una eternità immobile e silenziosa, interrotta soltanto dagli scricchiolii sempre più radi del motore che si raffredda. Poi, il vuoto.

Vaghi pensieri fluttuanti nel buio, mi dicono che adesso il mondo è tutto qui, in ogni mio respiro, nel lento dissolversi di ogni sensazione, nell’allargarsi della coscienza verso l’infinito.



Se morire è così, è bellissimo.



Uno scroscio improvviso, un delfino che gioca solitario, mi scuotono dal nirvana. Riparto.

Arrivo a Ponza nel pomeriggio, sotto temporale, con 35 nodi in poppa. Succede.



(Fiolet)




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